Il Monte Amiata


Il Monte Amiata, massiccio della Toscana, mostra il suo profilo dolce ma austero anche a grande distanza. Nelle giornate serene lo si scorge dalle colline del Chianti, dalla Maremma e da chi viaggia nel mar Tirreno, dai monti laziali, dalle acque tranquille del laghi Trasimeno e Bolsena.
Un profilo netto, forte, che emerge dalla vasta superficie delle dolci colline toscane. Immerso e inserito nella Toscana classica, con l’Umbria e la Tuscia laziale a due passi, l’Amiata e rimasto per millenni un territorio con proprie autonome prerogative geologiche, storiche e paesaggistiche.
Le rigogliose faggete, le rocce dalle forme inconsuete, le ricche e fresche sorgenti, le miniere e una stentata agricoltura montana hanno dato a chi vive sulle pendici della montagna la coscienza di un’orgogliosa diversità. Le onde della storia e dell’arte hanno lambito e variamente interessato nei secoli, l’Amiata.
Nei secoli, l’Amiata ha conosciuto e forgiato un’economia a misura d’uomo e di natura, utilizzando le risorse presenti in varia misura, dai pascoli delle colline e delle valli ai doni della grande foresta montana e ai prodotti di un prezioso artigianato locale, in un percorso di grande respiro sociale, artistico e ambientale. E’ lo stesso itinerario che proponiamo in queste pagine, senza tralasciare la comodità rappresentata (per il turista di oggi) dal territorio dell’Amiata, assai vicino e baricentrico rispetto ai grandi centri storico-artistici e paesistici della Toscana e dell’Umbria.

Alto poco più di 1734 metri il Monte Amiata è l’unico vulcano della Toscana, da qui ne derivano la sua unicità e le sue peculiari caratteristiche. Circondata da un incantevole e suggestivo bosco di faggi, la Vetta dell’Amiata è una notevole attrattiva turistica in tutti i periodi dell’anno: d’inverno, con le sue numerose pista da sci e da snowboard ( ltre venticinque chilometri di piste da discesa e dodici chilometri di piste da fondo) e nelle altre stagioni con chilometri di sentieri, meravigliosi prati fioriti e numerosi ristoranti tipici che offrono le specialità culinarie locali.

L’Amiata è “un’isola” ai piedi della Toscana, una terra da scoprire, assaporare, gustare con calma e riflessione, un paesaggio che difficilmente potrà essere dimenticato da chi lo visita.

Il territorio comunale è attraversato da una rete di sentieri segnati e attrezzati per il trekking, le passeggiate o il mountain bike, che consente escursioni a piedi di tutte le lunghezze: I percorsi locali si intersecano con la rete dei sentieri che attraversa l’Amiata permettendo un collegamento con tutti i centri abitati della zona, la montagna e anche con le grandi direttrici della sentieristica della Toscana meridionale.

La rete dei sentieri della Comunità Montana ha al centro l’Anello della Montagna, il magnifico itinerario di ventotto chilometri di lunghezza che gira intorno al vulcano a quote comprese tra 1050 e i 1300 m. tra boschi di faggi, castagni e specie quercine. Arrivando da Pescina si entra nell’anello a Fonte Capo Vetra in prossimità di un Rifugio forestale. Il percorso completo richiede una dozzina di ore. Gli appassionati dei trekking possono quindi seguire uno dei tanti itinerari possibili, oppure utilizzare i percorsi segnati che collegano i sentieri del Comune e dell’Amiata con alcune delle località più interessanti della Maremma e del Senese (Pitigliano,Saturnia, Montalcino, Pienza).

Molti sentieri (non tutti, però) possono essere utilizzati dagli appassionati della mountain-bike o percorsi anche con i trekking a cavallo organizzati da operatori specializzati.

Il castagno è stato la primaria risorsa delle attività economiche, sociali e culturali, infatti sono state dedicate molte pagine degli statuti delle vecchie comunità montane della nostra montagna per la tutela delle piante e dei suoi frutti.Meticolosissime sono le norme che troviamo a testimonianza quelle contenute per i comuni di Arcidosso, Seggiano, Castel del Piano e Santa Fiora, Abbadia san salvatore Piancastagnaio dove le castagne erano definite il pane della povera gente. Fino ai primi decenni del XX secolo le famiglie più ricche che avevano più castagneti potevano disporre di media circa 8 quintali di farina dolce, che permetteva loro di tenere lontano lo spettro della fame,in quei periodi infatti la produzione di grano si aggirava intorno ai 25 kg all’anno a persona e sicuramente non sarebbe bastata per il sostentamento delle famiglie. La polenta dolce (PULENDA) come la chimavano i nostri avi, brillava come il sole sopra alla spianatoia e il suo profumo avvolgeva tutta la cucina, invitando a sdersi a tavola; i più fortunati che avevano le pecore il maiale le galline se la potevano gustare con la ricotta, con le animelle di maiale fatte alla cacciatora, con l’uovo fatto al tegamino e la sera di solito veniva fritta. All’inizio dell’inverno veniva comprato l’aringa o il baccalà, prendevano un cordino e vi legavano l’aringa o il baccalà che veniva attaccato a un chiodo del trave corrispondente sopra al tavolo e prendevano la fetta della polenta e ce la strofinavano sopra per insaporirla. Il giorno di Pasqua era festa grande perchè veniva mangiata anche l’aringa. Poi c’era il famoso (piciotto per fantolino) che in mancanza del moderno Poppatoio, se lo succhiava avidamente rischiando talvolta di soffocare.

Non mancava nemmeno il ciaccione (castagnaccio) che era la merenda e a volte anche la cena dei ragazzi, sia nei mesi invernali che primaverili, quando andavano a pascolare le pecore. La castagna cibo sempre presente sulle tavole contadine toscane, veniva consumata fresca o passoccia castrata o bricia, cotta arrostita al focolare (suggiolo o bollita), lessata col la buccia intera leggermente salata e aromatizzata con il finocchio selvatico o castrone con la buccia intaccata da una parte. Poi c’erano anche le vecchiarelle, che sono i marroni secchi messi a bollire con acqua, sale, ramerino e salvia nel pignatto davanti al fuoco del camino e quando si erano ammorbidite venivano messe nel piatto di coccio e insieme al loro brodo e consumate.

Nel periodo della castagnatura quasi tutti i propietari con più castagneti, avevano le cottimaiole, le ragazze che andavano a raccogliere le castagne a cottimo,(la loro paga era la farina dolce) mandate dai loro genitori, per accaparrarsi alcuni chili di farina dolce per il sostentamento della famiglia e che  insieme, raccoglievano anche i funghi e li seccavano. La sera dopo il massacrante lavoro si riunivano in una casa e ballavano alla luce del lume a olio e al caldo emanato dal fuoco scoppiettante del caminetto, mentre si cuoceva con la padella la bricia di castagne (caldarroste) sopra la brace.

  • Delicious
  • Facebook
  • Twitter
  • RSS Feed
  • Google
  • Digg
  • LinkedIn
  • Technorati

Lascia un commento