Il Museo del brigantaggio


Il Comune di Cellere e il Museo del brigantaggio, in collaborazione con la Scuola Media Statale (1927 – 2008), un protagonista della Maremma tosco Laziale.
La bella e interessante manifestazione ha avuto luogo presso il Museo del brigantaggio di Cellere in via Marconi, 20.
Dopo il saluto del Sindaco Leandro Peroni e del Direttore del Museo Marco D’Aureli, i numerosi presenti, sono stati intrattenuti dagli studenti, con la lettura di alcune delle più belle pagine tratte dai libri di Alfio Cavoli e dalle relazioni del prof. Vincenzo Padiglione, dell’Università La Sapienza di Roma, della prof. Fulvia Caruso, dell’Università degli Studi di Pavia, progettisti scientifici dello stesso Museo, di Romualdo Luzzi e del sottoscritto. Alfio Cavoli, fecondo scrittore mancianese, maremmano, studioso di storia, cultura e tradizioni della Maremma, alla quale ha dedicato decine di libri e non si sa quanti articoli sparsi su quotidiani e riviste, grande cantore della terra, prezioso ricercatore, curioso e pregevole divulgatore dell’immagine della Maremma. Uno stimolo appassionato e continuo verso l’attenzione della cultura locale.

Una lettura antropologica del brigantaggio maremmano
Un allestimento da ascoltare, scoprire, manipolare e guardare. Installazioni audio, video e informatiche. Cassetti, botole e nascondigli. Libri e schedari, riproduzioni di quotidiani e vignette dell’epoca. Testimonianze e racconti leggendari, poesie e canti. Il brigantaggio maremmano restituito attraverso le testimonianze dell’epoca e l’immaginario d’oggi.

Il Museo del Brigantaggio è allestito su due piani. Il piano terra rappresenta le ragioni storiche e le fonti documentarie coeve del brigantaggio in una scenografia che ripropone simbolicamente il bosco (la tradizione) e il treno (la modernità delusa). Una foresta in cui addentrarsi ascoltando suoni, manipolando pareti, cassetti, spiragli, botole, osservando filmati.
Il secondo piano rende conto dell’immaginario che ha mantenuto vivo fino ad oggi il personaggio Tiburzi. Le storie, le vicende e gli esiti della vita del famoso brigante cellerese restituite attraverso una serie di installazioni multimediali.

Infine la “taverna del brigante”, spazio dedicato all’immagine del brigante nei suoi usi contemporanei: dalla narrazione leggendaria al marchio di fabbrica.

Il termine brigante è inteso, genericamente, come persona la cui attività è fuorilegge. Sono spesso stati definiti briganti, in senso dispregiativo, combattenti e rivoltosi in determinate situazioni sociali e politiche.

Questa definizione ha dato origine al nome brigantaggio, nell’accezione alla quale si fa riferimento quando si parla di conflitto italiano meridionale. Fenomeni di brigantaggio, seppur di diversa natura da quelli che coinvolsero l’Italia meridionale, si svilupparono in Maremma tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi anni del Novecento. In questa area a cavallo tra la Toscana e il Lazio le cause erano da ricercare ad un forte malcontento che si era diffuso nella popolazione nei primi anni dopo l’Unità d’Italia, quando vennero interrotti, per un certo periodo di tempo, i grandi lavori di bonifica idraulica e la riforma fondiaria.

Tutto ciò determinò un nascente sentimento nostalgico diffuso per le precedenti politiche di “buon governo” dei Lorena che, nelle campagne, fu terreno fertile per la diffusione del fenomeno del brigantaggio. Tuttavia, sia in Provincia di Grosseto che nel Viterbese, il fenomeno non è mai divenuto organizzato, in quanto ogni brigante era solitario, aveva i propri allievi, cercava di diffondere il suo stile ma non aspirava mai al controllo di un piccolo “esercito”.

Le scorrerie e gli atti criminali erano prevalentemente rivolti ai simboli che rappresentavano i grandi proprietari latifondisti e il nuovo Stato italiano; bersagli delle loro azioni, che non erano mai mirate verso la popolazione, erano guardiani, guardiacaccia, grandi tenute padronali e carabinieri. Domenico Tiburzi (detto “Domenichino”) fu il più famoso brigante della Maremma, divenuto una leggenda tra gli abitanti della provincia di Grosseto.

Domenico Tiburzi il Robin Hood di Maremma ed il Re del Lamone, nacque a Cellere il 28 maggio 1836 da Nicola e Lucia Attili. Piuttosto basso di statura (160 cm), da cui il soprannome Domenichino, ma definito come attraente con capelli folti e neri ed occhi castani. Pastore e buttero (e cosa altro poteva fare?) a 23 anni sposò Veronica Dell’Aia, una sedicenne molto carina che gli dette due figli di cui ignoriamo la sorte.

Piccoli precedenti a parte la storia criminale di Domenico Tiburzi ha inizio nel 1867 quando il 24 ottobre uccise Angelo Del Bono, guardiano del marchese Guglielmi, reo di averlo multato di ben 20 lire perché sorpreso a raccogliere le spighe di grano a terra nel campo del marchese, cosa per altro possibile per le leggi del Granducato, ma vietata da quelle del Regno Italiano!

Il reato era ridicolo … e la multa uno sproposito … tanto valeva uccidere il povero Angelo Del Bono.

Luciano Fioravanti nacque a Bagnoregio nel 1859. Fioravanti è alto di statura, rosso di capelli (pochi) e barba e dai modi grezzi di chi ha sempre vissuto più a contatto con gli animali che con gli uomini. Si sposa con tale Maddalena Martella di Farnese da cui ebbe due figli prima di separarsene. Tira a campare facendo il bracconiere e quando può ruba ciò che gli capita … anche gli stivali.

Condannato a tre mesi di carcere in contumacia si rifugia nelle macchie di Manciano dove incontra Luigi Demetrio Bettinelli detto il “Gigione” o il “Principino” di Porretta Terme. Nasce un sodalizio che finirà di lì a poco tragicamente.

Fioravanti e il Bettinelli incontrano Tiburzi e Biagini (Biagini era lo zio di Fioravanti) e per un poco formano un bel quartetto di briganti fino a che Tiburzi e Biagini decidono che gli atteggiamenti e la voglia di primeggiare del Bettinelli non era più gradita. Inoltre il “Gigione” molestava le donne e questo era un reato gravissimo nel regno del Livellatore.

Il 13 giugno 1889 avvenne l’iniziazione al delitto di Luciano Fioravanti con l’uccisione, sotto ordine di Tiburzi e Biagini, del Bettinelli.

Enrico Stoppa, detto “Righetto”, ha solo 22 anni quando, nel 1856, commette il primo omicidio, togliendo dal mondo il norcino Gaspero Buoncristiani per derubarlo. Arrestato e rilasciato per mancanza di indizi e per l’omertà che lo circonda, Righetto dedica il resto della sua esistenza a “commettere una serie così fitta di sequestri, di estorsioni, di omicidi da gettare la gente del paese e delle campagne circostanti nella più profonda costernazione”.

Accusato dell’omicidio di una decina di persone, viene inutilmente inseguito dall’intero contingente militare di Grosseto. Fugge dalla Maremma facendosi beffe del prefetto con una lettera in cui gli ricorda gli inutili sforzi compiuti per catturarlo.

Solo nel 1862 viene finalmente arrestato a Roma e tradotto alle Murate fiorentine, dove si lascia morire d’inedia per non comparire davanti alla giustizia.

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